L'aspetto interessante dell'ambientare una serie di racconti in un universo narrativo è che, che si voglia o meno, si crea una geografia.
Pensate, per citare uno dei casi più cellebri, al Maine reale e immaginario di Stephen King.




È una faccenda divertente, coinvolgente. Per gli autori, a cui serve anche per avere un colpo d'occhio immediato di quanto scritto finora, stando sempre attentissimi alla continuity.
E soprattutto per i lettori. Oltre che un grandissimo aiuto se, in futuro, qualche appassionato dovesse bussare alla vostra porta digitale con la proposta di convertire il vostro scenario narrativo in un gioco di ruolo.

I luoghi ricorrenti che citate diventano sede di emozioni e ricordi. Strettamente connessi ai personaggi che li hanno attraversati e ai dettagli coi quali, di pagina in pagina, li avete arricchiti.

Forse, la sfumatura più divertente e soddisfacente è, infine, la creazione di una mappa che contiene i toponimi delle vostre cittadine immaginarie, perfettamente innestate a fianco a città, fiumi, paeselli realmente esistenti, oppure interamente frutto della vostra immaginazione.

E non solo. Ogni ornamento che attribuirete alla vostra cittadina, o regione, o nazione, rafforzerà l'immagine evocativa ad essa legata.

Nel nostro caso, nel caso di Darkest, i racconti appaiono ambientati un po' dovunque nel mondo. Quindi occorrerebbe, come da copertina ufficiale, un planisfero.



Le storie di Marilyn sono ambientate in una Puerto Rico alternativa, Protettorato degli Stati Uniti, profondamente immersa nella decadenza del tessuto sociale, e solcata da suggestioni millenaristiche (la Mezzanotte).
I gemelli nordici abitano in una Svezia oscura, popolata alle alte latitudini da creature pescate di peso dalla mitologia di quei paesi.
Ma c'è spazio anche per l'Italia, con la Milano onirica di Barbara Brambilla, in arte BB.
O per la Russia di Sibir, o le località alpine di Maciste.




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