"Mi chiamo Marilyn, e ho creato..."
Difficile parlare della mia prediletta senza incappare in spoiler, ma vediamo di provarci.



Marilyn è la protagonista di The Lollipops.
La leggenda vuole che assomigli a Amber Heard.
Questo all'inizio.
Lo sapete, ho immaginato una bionda con vestiti succinti che faceva le cose in auto con uno, e su quest'auto piombava un uomo. O meglio, ci si schiantava sopra, caduto dal cielo.
Quindi sì, è una bionda, e io l'immagino come Amber, ma, e qui sta il bello, non ha memoria.

Nel senso che non ha proprio alcun passato, solo quello che riesce a crearsi prendendo spunto da ciò che le sta intorno, ciò che legge, vede, le raccontano.
La sfida era creare un personaggio che fosse al contempo familiare e sempre nuovo. Persino nell'aspetto, perché nulla garantisce che l'aspetto attuale di Marilyn sia il suo vero aspetto.

Artwork by Kara Lafayette


Si potrebbe dire che la memoria è la nostra anima, è ciò che fa di noi ciò che siamo. Senza il passato, senza memoria, saremmo come lavagne vuote.
E, oltre alla memoria, il dolore.
Mi interessava narrare il dolore, attraverso Marilyn.
Dolore fisico. Immediato: ferite, fratture, malattia.
Dolore psichico, conseguente alla sottrazione progressiva della consapevolezza di sé.
Entrambe caratteristiche necessarie, in quanto Marilyn è, come ho accennato negli articoli precedenti, proiettata verso il futuro - attraverso il futuro conosce persino il proprio passato, lo riscopre - e quindi necessita, per una piena fruizione e dei suoi poteri, che della storia, di assoluta libertà d'azione. Cosa che la presenza di qualunque ricordo inficerebbe, privandola della spontaneità.
Pensiero e azione in lei coincidono, dice Katrina, sua amica e collega.

Ecco, Marilyn è rappresentata da questa frase, alla perfezione.
Ma voi potete amarla per la bellissima e dannata donna che è.

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